Valerio Dehò
critico d'arte
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Peter Demetz : People.

L’arte rappresenta spesso ciò che è ordinario, oggetti e persone comuni diventano qualcosa di diverso quando si trasformano in opere d’arte. Peter Demetz opera nella solida tradizione gardenese della scultura in legno, ma guarda a modelli internazionali rivisitando la tradizione pop di un Segal o, più recentemente di un Muñoz.  Lo scultore non lavora in modo specifico sulla serialità, anche se a prima vista così potrebbe apparire. I suoi ritratti possiedono sempre qualcosa d’individuale. Si tratta di gente comune ma non certo di una massa anonima. Forse la sua scelta è più vicina a quell’arte che, soprattutto in fotografia, ha indagato le medie statistiche, le persone che pur con una loro specifica personalità, sono comunque assimilabili a dei gruppi sociologici. La borghesia offre spunti interessanti a questo proposito. In ogni caso Demetz non cerca di rappresentare l’anonimato, l’unidimensialità: il suo lavoro lo spinge più sullo studio di caratteri che ad una generica sommatoria di personaggi. 
D’altra parte questi sono sempre in rapporto con qualcosa: uno spazio architettonico o un’altra persona con cui si confrontano. In alcuni casi c’è anche uno specchio e quindi l’immagine dello sdoppiamento come capacità d’autorappresentarsi viene estrinsecata con un simbolo che non è possibile equivocare. Lo spazio architettonico si predispone, organizzando  delle stanze alle figure intere che lo animano. E’ uno spazio umano costruito dall’uomo per se stesso. Questo contesto rivela come non si tratta in questo caso di una rappresentazione metafisica, quanto di una ricostruzioni d’ ambiente. Le stanze in cui i personaggi vengono collocati dinamizzano le relazioni. Le opere di Demetz sembrano degli still frames di un serial che dobbiamo ancora scoprire e di cui l’artista ci fornisce delle anticipazioni. Non si tratta di creare delle storie riconoscibili, ma l’artista mostra delle attitudini, qualcosa che è potenziale e che dovrà ancora sciogliersi in un racconto.
E poi un lato importante di questi lavori consiste proprio nell’essere queste persone appunto personaggi, cioè di vivere una dimensione teatrale quasi a loro insaputa. Demetz, in altri termini, mette in scena. Organizza un teatro semplice e formalmente ben strutturato, in cui uomini e donne vanno a trovare una propria collocazione. E’ un teatro-immagine che è pronto a muoversi come un carillon medievale, ma che possiede quell’asciutto minimalismo di un’arte matura e consapevole dei suoi obbiettivi. Il “quadro” in cui vengono inseriti i personaggi è quindi un palcoscenico che rivela una prospettiva semplificata, ma in cui la scultura a tutto tondo assume forma e dignità. Tra il piccolo e il grande nello scultore gardenese non cambia molto, resta fissa l’idea di un mondo che si presenta nei suoi aspetti non certo realistici, ma unicamente iconografici. Si tratta di rappresentazioni che non ambiscono ad uscire dall’artificio, ma vogliono solo abitarlo nel modo migliore e più duraturo possibile.  Ricordano un libro di Adolfo Bioy Casares intitolato “L’invenzione di Morel” (1940) , che divenne anche un pregevole film realizzato nel 1974 da Emidio Greco : i personaggi sono perfetti e reali, l’unica differenza è che sono delle proiezioni di una macchina fantastica che ha registrato delle giornate di vita di gente che non c’è più.
E, in effetti, la vita che scorre dentro questi personaggi non è certo tumultuosa. Ma così deve essere in quanto Peter Demetz lavora sull’immagine e non sulla gente come effettivamente è reale. Questo non toglie nulla sull’origine reale ( non realistica ) di questi uomini e donne che diventano gli abitanti di uno spazio umano rigoroso e severo, un luogo mentale in cui bisogna ritrovare una collocazione e un pensiero.
Concettualmente è la scatola ottica a venir messa a nudo proprio perché è l’arte che si mostra. Si potrebbe ricordare la fase del filosofo inglese Georges Berkeley: “Esse est percipi”. In effetti, al di là dell’essere percepiti e di percepire gli altri, non vi può essere nulla. La finzione svela così la verità, non la copre, ma la rivela nascondendola. Per questo nelle sculture di Demetz anche il tempo rallenta perché è lo spazio che determina tutto. Sono le relazioni visive e percettive che aprono allo spettatore la logica di ogni opera e invitano a partecipare ad una narrazione che sta sempre per cominciare o è appena finita.

Valerio Dehò
Bologna 2008

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