Beatrice Buscaroli
storica e critica d'arte
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“Riflessioni”

Proprio in questi giorni Parigi celebra l’artista tedesco Georg Baselitz, pittore ma anche interprete della scultura in legno. La tradizione che lega l’arte tedesca alla scultura lignea è una vicenda millenaria, più volte indagata anche da altri maestri, fino agli esiti più recenti di Stephen Balkenhol.
Peter Demetz s’inserisce in una traccia profonda nell’impiego di questo materiale, ma le sue sculture sono distantissime dalla potenza perentoria del colpo d’ascia, del grottesco, del violento, come accade nell’opera degli artisti citati. L’attenzione che presta alla levigatezza della superficie lo avvicinano più alla perfezione propria del marmo che non alle venature e alla natura di un materiale vivo. Proprio alla fine degli anni ottanta, l’Europa più attenta scopriva la raffinatezza della scultura proveniente dall’Oriente, e, nel 1991, il Museum moderner Kunst di Vienna - nel cuore europeo della tradizione della scultura lignea - presentava la grande novità dei più recenti esiti dell’arte giapponese. La tecnologia del digitale, della fotografia e dell’installazione incontrava l’impiego diffuso del legno: di recupero (K. Kenmochi), combusto (T. Endo),  visionario (S.Matsui), minimale (K.Nishikawa). Ma con le figure lignee dipinte di Katsura Funakoshi il contemporaneo si arricchiva di una nuova immagine realista, raffinata e allusiva. Immagini di uomini e donne di forte espressività, a grandezza naturale, sagome pulite, levigate, dipinte, silenti nell’attesa di essere osservate.
Peter Demetz s’inserisce con originalità e piglio in questa recente tradizione della scultura lignea contemporanea.
Sospesi tra un’esistenza reale fatta di pieghe di abiti, rughe, jeans, maglioni, fermagli di capelli, minuti particolari di abbigliamenti casuali, non preparati a posare per l’artista, e una zona bianca dove lo spazio annega tra un nulla di prospettive sghembe e una misura di rapporti reali, tra uno scenario ritagliato nell’astratto e il peso vero e minuto di piccoli passi e gesti leggeri, il mondo di Peter Demetz non sembra facilmente aprirsi alle parole.
Perché comprende un al-di-qua e un al-di-là, che  scompone e ricompone la realtà secondo parametri notissimi e sconosciuti insieme. Queste ragazze passeggiano, calpestano il pavimento, gesticolano, si guardano, gli uomini indossano cappotti importanti, osservano, meditano…
Dove sono, chi sono.
Si voltano, colti da un pensiero improvviso, osservano qualcosa che non c’è.
Stanno dentro teatrini perfetti di venature e colori, finestre rettangolari, tra geometrie assolute di pareti che raddoppiano lo spazio e lo aprono in una sorta di intercapedine svuotata dalle normali coordinate di misure e  rapporti consueti, e nello stesso tempo sono ritratti reali e pregnanti, colti all’istante, vivissimi di respiri e movenze, vezzi, vanità.
Gli spazi sono “spazi inversi” ha scritto Bruno Raetsch, il frutto di una singolare alchimia tra pittura e scultura: “non sono sculture propriamente dette, perché l’artista ha scelto di mostrare un’inquadratura precisa, (…) non sono quadri, perché tendono alla terza dimensione, (…) c’è la profondità ma la prospettiva non è perfetta…”, ha precisato Adriana M. Soldini (2011).
Le diciotto sculture che Peter Demetz presenta a Roma sono uno sviluppo ulteriore del suo pensiero elegantissimo e austero e della sua tecnica ineccepibile. Nascono e vivono nel legno, ma risuonano dei colori e della luce, del sole e della neve, dei vestiti e dell’acqua. Sono nello stesso tempo sospese e attaccatissime alla vita che rivelano, fatta di un nulla che l’artista riesce a fermare, talvolta alzando la figura dallo stesso tiglio della base, da un unico pezzo di legno.
Il novecento ha visto i Teatrini di Arturo Martini e i Teatrini di Fausto Melotti, piccoli scenari contratti dove la vita appare secondo le misure volute dall’artista. Dove ambiente e figure ricreano una dimensione possibile, reale ma allo stesso tempo distante da quella della natura.
Questi nuovi, ulteriori teatrini di Peter Demetz concentrano un miracolo di qualità artigianale e il sogno infinito di uno spazio che si contrae e si concede, sotto le sapienti mani dell’artista, alludendo a una sorta di infinito magico, dove queste piccole persone toccano un cielo, un sogno, un luogo privo dei limiti che necessariamente le contiene.
Le figure sono curatissime, ritratti anatomicamente perfetti che prendono forma dal chiaro legno del tiglio senza che mai si senta la nostalgia del colore. Quel che si diceva dei grandi incisori. Come Albrecht Dürer, come Rembrandt, come Max Klinger: nessuno sente il bisogno dei colori nei loro deliri di bianco e di nero. 
I colori, i toni, le ombre, le sfumature derivano naturalmente dall’ambiente che le accoglie: piccole stanze in cui avviene qualcosa, spesso proprio qualcosa di attimale, di inatteso, di veloce; qualcosa che dura un momento, come in Presentimento, un sentimento, La mia nuova libertà, una conquista, Vittoria!
C’è sempre un “rapporto”, come scriveva Francesco Arcangeli articolando le vicende dei suoi artisti negli anni cinquanta: tra due persone, tra una persona e il suo pensiero, tra due persone e un paesaggio soltanto alluso, immaginato, (Sul ponte), un continuo riflettersi in un altrove che aggiunge alla realtà di Demetz l’insidia di una sorta di specchio che annulla l’apparente neutralità della sua osservazione, minuziosa e rassicurante.
La tradizione che ha alle spalle, la scultura in legno della Val Gardena, si è complicata con le varianti pop delle rappresentazioni della figura nel novecento (da Segal a Muňoz, notava Valerio Dehò nel 2008, ma le sue opere non sono dominate dal senso di solitudine del primo e mostrano una visionarietà differente rispetto al secondo). E’ lo stesso novecento che sparge sulle sue opere l’inquietudine di una sorta di perenne instabilità. La sola cosa certa è la figura, eretta, pur nel piccolo formato, come fosse una statua “al naturale”, come si è sempre detto negli studi di scultura.
Sotto questa figura una base, un pavimento, una soglia, un confine che le stesse figure rinnegano ondeggiando in quello spazio che l’artista, con le luci o i colori degli sfondi, rende instabile.
E’ così che Peter Demetz rende la sua ricerca unica. Dando e togliendo, rassicurando e insinuando. Le figure sono il centro, minuto e cosciente, preciso e certo: intorno è il dubbio, la domanda, la sospensione. Che Demetz riesce a raffigurare all’interno di angoli quadrati e perfetti. Cornici, balaustre, spazi apparentemente “calpestabili”.
La sicurezza si sgretola, l’ottica realtà degli spazi si anima di una vertigine che nasce proprio dall’intercapedine che ha inventato tra la figura e il suo sfondo.
Da qui l’ondeggiamento, l’improvviso caracollare di persone che fino a un attimo prima erano saldamente piantate sul pavimento…Da qui il mistero di quest’incertezza. Chi sono? E per quanto?
Sembra che l’occhio di Demetz, pur cercando di rappresentare un istante certo della vita dei suoi personaggi, ne riesca a intuire anche l’istante successivo.
Ed è questo che vuol raffigurare, pur centrandoli dentro cornici lucidamente misurate, pur soffermandosi sui loro monili, sulle mani, i capelli spettinati.
Il dubbio è sul dopo. Il loro, il nostro.

Beatrice Buscaroli
Bologna 2011

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